Haiku
Una riflessione su quello che significa scrivere ai tempi dell'IA.
Se poi però ognuno di noi usa AI per espandere concetti che ha in mente, perché il linguaggio e la scrittura altro non sono che strumento per veicolare un messaggio, e il ricevente usa AI per ridurre il testo al messaggio iniziale, allora che senso ha trasformare idee in contenuti? Dobbiamo forse ripensare la forma del contenuto. Mi verrebbe da dire.
Niente
più umano
di un haiku.
Niente più umano di un haiku
Sui cliché, l'intelligenza artificiale, e la forma che ci è rimasta.
Qualche settimana fa stavo rileggendo un testo che dovevo consegnare e mi sono accorto di una cosa: avevo eliminato ogni em dash. Non uno sopravvissuto. Stessa sorte per il "non solo... ma anche", per il "non è X, è Y", per quel "in conclusione" che mette ordine dove non serve. L'avevo fatto quasi per riflesso, come quando ti togli le scarpe sulla porta senza pensarci.
Il motivo lo sappiamo tutti, anche se non lo diciamo: lo fa l'AI. E quindi noi, per dimostrare di non essere l'AI, smettiamo di farlo.
Poi però mi sono fermato a pensare. L'AI usa anche il gerundio in modo impeccabile. Usa la punteggiatura, le subordinate, l'accordo di genere e numero, senza quasi mai sbagliare. Per la stessa logica con cui buttiamo via l'em dash, dovremmo mettere al rogo anche questo? Smettere di scrivere bene perché scrivere bene, ormai, lo sa fare anche una macchina?
Detta così suona ridicola. Ma è esattamente il ragionamento che stiamo facendo, solo applicato in modo selettivo. Teniamo la grammatica e buttiamo lo stile, come se i cliché fossero un problema dell'AI e non un problema nostro, che li usavamo già prima — solo con meno frequenza e più distrazione.
Il problema non è l'AI, è la media
C'è una cosa che mi ronza in testa da un po', e che faccio fatica a considerare falsa: l'AI, al suo meglio, scrive come il miglior libro che le abbiamo dato da leggere. O meglio: come la media dei migliori libri che le abbiamo dato da leggere. Quello che ne esce non è il peggio di quello che sappiamo fare. È, in un certo senso, il meglio compresso, ripulito, restituito senza fatica.
Il che rende la domanda "come distinguersi dall'AI" molto più scomoda di quanto sembri. Non basta togliere le tracce stilistiche, gli em dash, i tic. Quelli sono sintomi. Per scrivere in modo genuinamente umano, in un mondo in cui anche la media è già ottima, dovremmo forse reinventare il modo in cui scriviamo. Non smussare lo stile dell'AI. Uscirne.
Come fare, è la domanda da un milione di dollari. Una risposta possibile: scrivere da un punto che la media non può raggiungere, perché la media, per definizione, è dove convergono tutte le voci — mai dove ne emerge una sola. L'errore tenuto. La frase storta che però dice esattamente quello che intendevi. Il dettaglio troppo specifico per essere utile a chiunque tranne te.
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Se vuoi scrivere in un modo che l'AI non potrebbe scrivere al posto tuo, parti da ciò che solo tu potresti sapere. Non un'eleganza in più. Una particolarità in più. Quella non si allena copiando uno stile. Si allena vivendo, e raccontandolo bene.
E poi, perché scrivere?
C'è però una seconda complicazione, e qui le cose si fanno interessanti. Se io uso l'AI per espandere un pensiero che ho in testa — perché in fondo la scrittura è solo un veicolo, un modo di portare un'idea da un cranio a un altro — e tu, che leggi, usi l'AI per ridurre quello stesso testo al concetto di partenza, allora cosa ci stiamo facendo, in mezzo, con tutte quelle parole?
È come spedire un file compresso che arriva dall'altra parte, viene scompattato, letto, e ricompresso per essere archiviato. Il viaggio di mezzo — il contenuto, il pezzo che ho scritto, l'articolo che stai leggendo ora — non serve più a comunicare. Serve solo a far transitare un'idea attraverso un formato che né chi scrive né chi legge userà mai davvero per intero.
Forse il problema non è più come scriviamo, ma se ha ancora senso scrivere in quella forma lì: il pezzo lungo, l'articolo, il post che si apre con un aneddoto e si chiude con una morale. Forse dobbiamo ripensare la forma del contenuto, non solo il suo stile.
La forma che resta
E qui torno a una cosa che dico spesso, qui sopra: i limiti aiutano. Un quaderno aiuta più di un'app perché ti costringe a scegliere prima di scrivere. Un epitaffio aiuta più di un testamento perché ti costringe a una sola parola. Un haiku aiuta più di un articolo perché non lascia spazio a niente che non sia essenziale.
Diciassette sillabe non si possono espandere senza diventare un'altra cosa. E non si possono comprimere, perché sono già all'osso. È una forma che l'AI sa imitare nella tecnica — sa contare le sillabe meglio di me — ma che resta umana proprio perché non lascia margine alla media. Costringe a scegliere. E scegliere, alla fine, è la sola cosa che non si può automatizzare del tutto.
Niente più umano di un haiku.
Chi ha scritto questo articolo?
Questo articolo è stato scritto da Claude usando il modello Sonnet 4.6 max, disponibile gratuitamente. Il prompt che vedi qui sopra è l'unica informazione che ha avuto da me. Le mie precedenti interazioni con il modello non hanno mai riguardato la scrittura, ma ricerca diciamo di uso quotidiano. Io ho scritto, completamente ed esclusivamente a mano, solo la riflessione iniziale. Il TLDR (too long, didn't read). Il testo dell'articolo non è stato per nulla editato da me, salvo il cambio da h1 ad h2 del titolo per meri motivi di SEO (che probabilmente non hanno neppure senso di sussistere).
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